Vai ai contenuti

Menu principale:


i frati e la gente

Il SANTUARIO > Un po' di storia

Dai bombardamenti al terremoto in Friuli religiosi in prima linea
Il racconto dello storico catechista Nino Fragiacomo
"Hanno aiutato tante famiglie a sollevarsi dalle disgrazie"

Nell'Italia del "Lei non sa chi sono io", loro sono quelli che, l'Io, lo hanno sempre messo da parte. I frati della Marcelliana (che a Panzano è la seconda istituzione riconosciuta, a pari merito col cantiere) sono quelli che nel Secondo dopoguerra hanno accolto gli sfollati in convento. Quelli che li hanno cibati e vestiti, le cui mani pietose hanno raccolto e deposto le salme delle vittime dei bombardamenti nel vecchio teatrino. Quelli che hanno ingaggiato e vinto il braccio di ferro con l'allora Partito comunista, irriducibilmente anticlericale, per ottenere il primo cappellano del lavoro - padre Aurelio Barbone - nello stabilimento navalmeccanico. O che hanno ospitato, nel 1976, i terremotati del Friuli. Per questi motivi, ma se ne potrebbero aggiungere di ulteriori, i francescani della Marcelliana sono molto amati. E non solo dai panzanini, bensì dai residenti dell'intero mandamento che ancora oggi si recano nella loro chiesa a confessarsi, preferendo l'umile saio color caffé alla tonaca dal colletto bianco.

Lo racconta Giovanni "Nino" Fragiacomo, 89 anni, dal 1982 catechista alla Marcelliana, il quale rammenta come «i figli delle situazioni difficili abbiano sempre trovato un conforto spirituale nella parrocchia». «La comunità - spiega - conobbe un grande sviluppo proprio con l'arrivo, nel 1927, dei frati e l'impegno in particolare di padre Alessandro Bott». Quasi in concomitanza la nascita della Gioventù francescana, che poi diventò Azione cattolica, segno di un maggiore inserimento nella realtà diocesana. «Primo presidente - così Fragiacomo - fu Agostino Cretti, originario di Bergamo, giunto a Monfalcone come marinaio, quindi operaio saldatore e infine prete dopo la conversione che gli regalò il nome nuovo: padre Paolo. Una figura importante, che nel 1948, come cappellano del lavoro, diede forte impulso alla presenza religiosa nelle fabbriche e nello stesso cantiere, dove all'epoca erano occupati ben 10mila operai» Un formicaio di tute blu. Di quel periodo lo sviluppo della San Vincenzo aziendale e del Servizio di assistenza sociale, con la fondazione delle "Relazioni umane": opera formativa basata su conferenze e ritiri cui partecipavano i lavoratori. L'Onarmo (Opera nazionale assistenza religiosa e morale operai) insieme a una cooperativa di Brescia realizzò in quegli anni a Staranzano diverse abitazioni e perfino un condominio.

«La Seconda guerra - racconta il catechista - lasciò un segno profondo nel villaggio di Panzano: i bombardamenti distrussero strutture, impianti del cantiere e case, costringendo le famiglie a massicci sfollamenti. In quelle circostanze i frati diedero vita a una grande opera di solidarietà, aprirono le porte del convento e distribuirono pasti, attraverso il Segretariato della carità francescana. «Ma c'era anche bisogno di onorare i defunti - sottolinea - e in ciò si distinse la figura di padre Isidoro Moro, detto fra' Vicario: le salme di numerosi morti furono infatti seppellite nell' area del teatrino, dove oggi si trova il magazzino. E non di rado accadde, in seguito, che durante una partita al campetto sbucassero fuori le povere ossa di quelle salme. Capitò pure a me». Frati in prima linea anche durante il sisma del 1976: la Casa della gioventù, inaugurata dieci anni prima per consolidare la presenza della parrocchia nel rione operaio, aprì le porte a tanti friulani. «La Casa della gioventù merita un capitolo a parte - conclude Fragiacomo -: Panzano, ancor prima della guerra un rione vivacissimo, negli anni '50 registrava da sola 600 tesserati dell'Azione cattolica, un vero boom. La chiesa aveva un ruolo centrale nell'educazione dei ragazzi, che qui conoscevano due realtà: il cantiere e la parrocchia. Per questo figuravano molte attività (e pure un cinemino, dove però la "censura" si prodigava a cancellare ogni bacio o scena lontanamente osè per quei tempi, ndr). Pure di carattere sportivo: la Marcelliana aveva perfino una squadra di calcio, che se non erro si chiamava "Falco"».

Pane e fede, masticavano i marmocchi di Panzano. E i frati, davanti alla scalmanata gioventù, raddrizzavano le spine dorsali. Chi lo farà, domani?

Tiziana Carpinelli


Torna ai contenuti | Torna al menu