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Domenica della Parola 2020

NEWS

Per prepararci alla I DOMENICA della PAROLA:

Il Concilio Vaticano II nella Costituzione Dei Verbum (18 novembre 1965) dice:

Cristo compimento della rivelazione (n. 4)
Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio «alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini» [Epist. ad 23 Diognetum, 7,4], «parla le parole di Dio» (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò
egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna.

La parola di Dio nelle lingue degli uomini (n. 13)
Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si son fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo.

La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa (n. 21)

La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra Tradizione, ha sempre considerato e considera le divine Scritture come la regola suprema della propria fede; esse infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo. È necessario dunque che la predicazione ecclesiastica, come la stessa religione cristiana, sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura. Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla Sacra Scrittura ciò che è stato detto: «viva ed efficace è la parola di Dio» (Eb 4,12), «che ha il potere di edificare e dare l’eredità con tutti i santificati» (At 20,32; cfr. 1 Ts 2,13).

L’importanza delle traduzioni ecumeniche (n. 22)
È necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla sacra Scrittura. (...) Poiché, però, la parola di Dio deve essere a disposizione di tutti in ogni tempo, la Chiesa cura con materna sollecitudine che si facciano traduzioni appropriate e corrette nelle varie lingue, di preferenza a partire dai testi originali dei sacri libri.

La familiarità con la Sacra Scrittura (n. 25)
È necessario che tutti i chierici, principalmente
i sacerdoti e quanti, come i diaconi o i catechisti, attendono legittimamente al ministero della parola, conservino un contatto continuo con le Scritture mediante una lettura spirituale assidua e uno studio accurato, affinché non diventi « un vano predicatore della parola di Dio all’esterno colui che non l’ascolta dentro di sé» [S. Agostino, Serm. 179, 1], mentre deve partecipare ai fedeli a lui affidati le sovrabbondanti ricchezze della parola divina, specialmente nella sacra liturgia. Parimenti il santo Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. «L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo» [S. Girolamo, Comm. in Is., Prol.].

Si accostino essi volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia, che è impregnata di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l’approvazione e a cura dei pastori della Chiesa, lodevolmente oggi si diffondono ovunque. Si ricordino però che la lettura della Sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l’uomo; poiché «quando preghiamo, parliamo con lui; lui ascoltiamo, quando leggiamo gli oracoli divini» [S. Ambrogio, De officiis ministrorum, I, 20, 88].


Papa Francesco, inoltre, nella Aperuit illis scrive:

Le Scritture parlano di Cristo (n. 7)
La Bibbia, pertanto, in quanto Sacra Scrittura, parla di Cristo e lo annuncia come
colui che deve attraversare le sofferenze per entrare nella gloria (cfr. v. 26). Non
una sola parte, ma tutte le Scritture parlano di Lui. La sua morte e risurrezione
sono indecifrabili senza di esse. Per questo una delle confessioni di fede più
antiche sottolinea che Cristo «morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che
fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a
Cefa» (1Cor 15,3-5). Poiché le Scritture parlano di Cristo, permettono di credere
che la sua morte e risurrezione non appartengono alla mitologia, ma alla storia e si
trovano al centro della fede dei suoi discepoli. È profondo il vincolo tra la Sacra
Scrittura e la fede dei credenti. Poiché la fede proviene dall’ascolto e l’ascolto è
incentrato sulla parola di Cristo (cfr. Rm 10,17), l’invito che ne scaturisce è
l’urgenza e l’importanza che i credenti devono riservare all’ascolto della Parola del
Signore sia nell’azione liturgica, sia nella preghiera e riflessione personali.

Leggere le Scritture nello stesso Spirito in cui è stata scritta (n. 12)

Quando la Sacra Scrittura è letta nello stesso Spirito con cui è stata scritta,
permane sempre nuova. L’Antico Testamento non è mai vecchio una volta che è
parte del Nuovo, perché tutto è trasformato dall’unico Spirito che lo ispira. L’intero
testo sacro possiede una funzione profetica: essa non riguarda il futuro, ma l’oggi
di chi si nutre di 18 questa Parola. Gesù stesso lo afferma chiaramente all’inizio del
suo ministero: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc
4,21). Chi si nutre ogni giorno della parola di Dio si fa, come Gesù, contemporaneo
delle persone che incontra; non è tentato di cadere in nostalgie sterili per il
passato, né in utopie disincarnate verso il futuro. La Sacra Scrittura svolge la sua
azione profetica anzitutto nei confronti di chi l’ascolta. Essa provoca dolcezza e
amarezza. Tornano alla mente le parole del profeta Ezechiele quando, invitato dal
Signore a mangiare il rotolo del libro, confida: «Fu per la mia bocca dolce come il
miele» (3,3). Anche l’evangelista Giovanni sull’isola di Patmos rivive la stessa
esperienza di Ezechiele di mangiare il libro, ma aggiunge qualcosa di più specifico:
«In bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle
viscere tutta l’amarezza» (Ap 10,10). La dolcezza della parola di Dio ci spinge a
parteciparla a quanti incontriamo nella nostra vita per esprimere la certezza della
speranza che essa contiene (cfr. 1Pt 3,15- 16). L’amarezza, a sua volta, è spesso
offerta dal verificare quanto difficile diventi per noi doverla vivere con coerenza, o
toccare con mano che essa viene rifiutata perché non ritenuta valida per dare
senso alla vita. È necessario, pertanto, non assuefarsi mai alla parola di Dio, ma
nutrirsi di essa per scoprire e vivere in profondità la nostra relazione con Dio e i
fratelli.


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