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concerto "Estate in classica" 25 luglio 2012

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Cinque melodisti, una riflessione a "Estate in Classica"


L'afa non ha vinto. Nulla ha potuto l'anticiclone africano a impedire che il Santuario della Marcelliana a Monfalcone fosse gremito di pubblico. C'era aria di attenzione e attesa per la manifestazione del ciclo "Estate in classica", non solo per l'accurata scelta di piccole, ma preziose rarità in programma nel concerto, ma anche per la sorte della comunità francescana da sempre essenziale per l'identità monfalconese e le problematiche sociali del centro cantieristico.

Tutti a sentire dunque la Kiev String Orchestra, "ensemble" di soli archi tutto al femminile - 15 elementi - più un uomo - l'unico al contrabbasso, che presentava sotto la direzione del M.o Maurizio Zaccaria una serie di piccole ma interessanti rarità, a cominciare da Mozart in apertura col Divertimento in Si bem. K 137 (K 125 B per gli aggiornamenti di catalogo), nel segno di uno tra i generi prediletti dal genio di Salisburgo, all'epoca appena sedicenne ma già capace di conferire ad una composizione di carattere ludico l'indiscutibile cifra della sua singolare personalità. Inutile cercare in questa composizione della prima giovinezza mozartiana l'umorismo surreale del "Musikalischer Spass" K 522 in cui la natura ironica e burlona dell'Autore travalica ogni libertà armonica, certo è che questo aggraziato lavoro per archi va ben oltre l'originaria caratterizzazione edonistica del genere nonché del mero esercizio di stile, grazie alla sua indiscutibile anima melodica.

Grazie al cielo, Mozart - come ogni genio artistico che si rispetti - è arrivato ben prima del cinema e non cesserà mai di stupirci e incantarci senza fine tutti quanti. La melodia pura trova certo in Mozart il suo capostipite; c'erano poi in programma altri autori dello stesso cromosoma, perché sempre di melodisti si trattava. Seguiva uno tra i più chiari maestri di scuola nazionale, il norvegese Grieg, ingiustamente sorvolato negli studi di storia musicale. Con la "Herberg Suite", piccolo ma incomparabile gioiello dell'autore scandinavo, mancante dalle nostre scene dal Festival di Aquileia del '93 - edizione colma di rarità, - allegra, il cui titolo per esteso "Suite in stile antico dai tempi di Helberg", indica la profonda osmosi tra la cultura danese e quella norvegese, giacché il nome del barone Ludwig Holberg (1684-1754), fine letterato danese frequentatore degli ambienti culturali norvegesi della cui letteratura fu riformatore, riunisce già in sé il programma della società "Euterpe", il cui intento era di diffondere la musica scandinava, allora piccola rappresentante fra i colossi delle tradizioni italiana e tedesca.

Questa deliziosa Suite del 1884 è dunque un felice omaggio alla classicità, una cosa - a dire il vero - abbastanza comune tra gli autori del Romanticismo. La "Holberg Suite", dunque, ha in comune con le analoghe composizioni di altri autori scandinavi la melodia schietta e immediata, di vena popolare pur inserita in eleganti strutture classiche. Questo è quanto cattura chi ascolta la "Holberg", unitamente al chiaro esordio tematico del suo "Preludio", alla melanconia sublime, quasi vicina alle suggestioni del barocco veneziano, della sua "Aria", al brio saltellante del suo "Rigauden", gradevole sorpresa pescata dalla tradizione provenzale. Ci sarebbe piaciuto, nei primi due autori, sentire maggior rilievo nella linea melodica espressa dai violini sulla campitura consistente dei violoncelli, ma il fine puntiglio nelle sfumature della dinamica ha confermato la bontà del complesso.

Pausa. Poi, un inconsueto Puccini per piccola orchestra con "Crisantemi", brano decadentistico dall'attacco acefalo, quasi un pianto antico mai interrotto il cui "Pathos" è ancora lontano dalle innovatrici suggestioni ravelliane.
Seguiva Elgar, forse il più autorevole britannico, senz'altro il più celebre con Britten, ma saldamente ancorato all'orchestrazione ottocentesca desunta dal suo maestro Parry, presente in programma non con la sua notissima e splendida Marcia in Re, inno nazionale mancato, bensì con la Serenata op. 20, in cui la sapienza dell'orchestrazione cede il passo ad un raffinato lirismo già marcato dall'influsso novecentesco nel suadente " Larghetto", cuore di una composizione già moderna ma fedele alla lezione classica pur nella successione tra 2° e 3° movimento senza soluzione di continuità.

Infine, Mendelsshon. Il genio della fusione tra rigore classico e inventiva romantica erano, in quella sede, rappresentate non da una delle sue celebri 5 sinfonie per grande orchestra, bensì con una delle sue dodici sinfonie per soli archi pressoché sconosciute al grande pubblico, e precisamente con la n. 10 in si min. inconsueta anche nella sua breve strutturazione (Adagio, Allegro). Un ideale ricollegamento col Mozart iniziale, sia a livello personale e caratteriale - giacché anche Mendelsshon fu un genio in erba e giovanissimo direttore d'orchestra nonché iniziatore del culto bachiano - sia a livello di scrittura compositiva, con l'impronta del Saliburghese, chiara nella melodia sorridente tutta appoggiature in semitono dell'Adagio, come nel vivacissimo Allegro in cui le affiatate componenti della "Kiev String" hanno dato il meglio di sé. Consenso aperto al pubblico entusiasta.

Dopodiché l'attenzione si è subito polarizzata sulla sorte della comunità francescana. Ha per un attimo confortato i presenti il colloquio tra i religiosi e il sindaco Sivia Altran che ha ribadito il suo impegno a favore della comunità francescana, tenendo conto dell'insediamento del nuovo Vescovo di Gorizia, Mons. Redaelli, il prossimo 13 ottobre. Invano. Niente sembra ormai rinviare la partenza dei Padri francescani, fissata per il 23 settembre. E' questa una grave mutilazione per la cittadina dei cantieri che ha trovato nei frati minori costante supporto per la classe operaia.
E' d'uopo ora una ricapitolazione: la cittadina ha già visto il trasferimento delle Suore ospedaliere e delle Suore della Provvidenza, fervide amministratrici della Scuola Materna "Maria Immacolata"; la Parrocchia di S. Giuseppe è da un anno vacante.

Ora con il trasferimento dei francescani della Marcelliana, subentreranno provvisoriamente due Padri salesiani, ma c'è da chiedersi in ogni caso quale sarà il futuro del settore sud-ovest della cittadina, in cui la Marcelliana ha da sempre rappresentato la zona dei cantieri con una più che vasta amministrazione. Si aggiungano a ciò il fatto che la chiesa di S. Carlo in via Roma e la curazia del vecchio ospedale sono inagibili e si giungerà alle debite conclusioni: non è con la negligenza delle proprie radici cristiane che si perverrà al dialogo interreligioso né all'acquisizione di una precisa identità. Lungi dal poter rappresentare - come qualcuno sosteneva negli anni '90 - la quinta città del Friuli - Venezia Giulia, Monfalcone si candida ora a non veder l'evoluzione del suo assetto sociale, bensì a diventare area di smistamento nel segno di un'assoluta provvisorietà, con tutte le prevedibili conseguenze.
E' questo il problema pregnante che richiede tempestiva soluzione, prima che il clima rovente non sia più dovuto a una stagione estiva.

Chiara Facis


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