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Affreschi di Agostino Pegrassi 2

Il SANTUARIO > AFFRESCHI di Agost. Pegrassi

Nello statuto della Confraternita si legge: "Ravvivare e diffondere maggior devozione alla Beata Vergine Marcelliana... ringraziare... suffragare i defunti... accendere lo spirito di fede e di moralità nell'individuo
e nella famiglia"(3).

Nel 1940 è inaugurato il nuovo convento francescano. Nel gennaio 1945 la Marcelliana diventa Curazia autonoma e nel 1971 Parrocchia, affidata sempre ai Frati Minori.

Vorrei, a questo punto, poter fermare l'attenzione del cuore sui "nostri" francescani, parroci e cappellani del lavoro della Marcelliana, che davvero ci hanno comunicato
lo spirito e la vita, ma porterebbe a deviare da questo itinerario di conoscenza e di fede guidato dall'arte.

La riflessione torna quindi sugli affreschi delle pareti laterali e sulla volta del presbiterio, che occupa l'abside semicircolare del santuario.

Realizzati nel 1943 dall'abile pittore veronese
Agostino PEGRASSI, che non ha inteso rifare ciò che la guerra, il tempo, avevano distrutto, ma ha ripensato il tutto e ha voluto esprimere la fede antica e insieme lo spirito relativamente nuovo innestato dai francescani alla Marcelliana.

All'esperto di tecnica pittorica, gli affreschi mostrano i segni di interruzioni improvvise, pause non volute o prolungate, contrarie alla tecnica corretta dell'affresco, sono testimonianza del lavoro fatto dal Pegrassi nel pieno della seconda guerra mondiale, sotto i colpi dei potenti mezzi di distruzione, che la scienza aveva fornito allo scontro tra le ideologie e dittature rette dalla violenza.

Nell'affresco di destra, l'
Arrivo della statua della Vergine, il Pegrassi si muove con discrezione tra le lacune storiche già lamentate da E. Marcon (4) che inoltre confuta l'ipotesi dell'arrivo del simulacro nel periodo della lotta iconoclasta partita (VIII e IX sec.) anticipa l'avvenimento di alcuni secoli.

Il pittore rappresenta la barca con l'immagine della Vergine in un braccio di mare o di laguna da cui emergono le terre dell'Istria; ma potrebbe trattarsi anche della foce del fiume Rosega, prima dei cataclismi che ne hanno deviato il corso (585), nei pressi del quale sorgeva, questo è certo, il primo antico santuario. La barca e la fonte della luce provengono entrambe da Sud Ovest, come indicano le ombre; l'immagine sembra poggiare senza peso sull'imbarcazione, circondata da un'aurea gloriosa in cui s'inserisce una leggera aureola dorata. Barca, statua e aurea circostante costituiscono un tutto di colore omogeneo, simile alla forma a mandorla delle antiche icone: una proposta di fede semplice, ancorata nelle tradizioni dei padri, un invito a vedere al di là, attraverso l'assenza dei colori e delle forme precise che possono catturare i sensi ma non determinare la libera decisione della fede. La scena è guidata in avanti da una figura che potrebbe essere il Patriarca, poiché porta il pallio (5), usato già nel IV sec. per le funzioni religiose solenni.
Agostino Pegrassi mette dunque in scena la maggiore autorità ecclesiastica che, svolgendo il servizio dell'autorità, accoglie in ginocchio e a capo chino la statua e, con le braccia aperte, sembra volerle andare incontro, quasi ad anticipare il contatto.
Il
giovane che gli regge il pastorale e ha le calze del colore della Confraternita, è la figura più direttamente coinvolta nell'incontro prodigioso, vi partecipa in prima linea.

Davanti al portale della chiesa romanica, forse ancora in costruzione data l'impalcatura laterale e l'accenno ad un muricciolo di cinta, il pittore mette in scena sette figure, tutte caratterizzate da tratti molto realistici, che dicono il suo interesse per il ritratto.

Non è casuale il fatto che siano sette, poiché questo è il numero biblico che significa "tutto quanto è necessario", né uno in più né uno in meno rispetto a quanto sia richiesto dalla vita.

I personaggi quindi possono ben rappresentare categorie di persone e forme di apertura nei confronti del mistero. Due sono le figure di
popolani, di cui uno è forse un mendicante, entrambi in ginocchio e muniti di un bastone d'appoggio, uno di loro si è tolto il cappello è lo tiene in mano, sono con il capo chino: rappresentano la fede dei semplici che si lascia guidare e si traduce immediatamente in gesti concreti.

L'antico insegnamento dei Benedettini andava esattamente in questa direzione, coniugando lavoro e preghiera, insegnava a cogliere i segni della presenza di Dio nel quotidiano. L'
anziano vestito di bianco con la lunga barba rappresenta il religioso sapiente, spinto in avanti dallo stupore agostiniano che "cerca e trovando cerca ancora".

La figura in primo piano ha un'evidente tonsura e indossa due sciarpette che gli scendono dalle spalle di colore nero, colore introdotto nella chiesa dai Benedettini, indossa il ricco abito ecclesiastico delle feste e così, anche se meno colorato, è l'abito delle altre due figure alle sue spalle: il gruppo rappresenta il
clero di buon senso, i custodi della struttura. Essi guardano, valutano, discutono, pur rimanendo saldamente ancorati sulla terra ferma delle loro certezze.

Tra le due figure alle sue spalle si delinea un
volto scarno, stupito e statico, quasi irrigidito in un'istantanea molto realistica: sembra ascoltare e attendere le decisioni degli altri prima di decidere quale movimento compiere, così da non perdere l'occasione ed evitare di esporsi personalmente. Ancora dietro, quasi emergendo dall'ombra, c'è un volto incappucciato di rosso, con la barba lunga e un'espressione sfuggente, sembra essere più pronto ad andarsene che a farsi avanti.

Interessante notare come nell'intera scena, immaginata in rapporto ad un'epoca in cui la chiesa e la società erano decisamente maschiliste, il Pegrassi non abbia inserito alcuna figura femminile. Ad allargare gli orizzonti, in questo senso c'è Lei: la Madre di Dio che si fa incontro all'uomo.

L'immagine della Vergine Marcelliana tratta dalla pietra carsica con pochi e rozzi colpi non è bella, e certo non l'era diventata quando nel passato un ingenuo pennello l'aveva dipinta a colori. Il Pegrassi la rappresenta abbastanza fedelmente, nella sua semplicità essenziale, con quel sorriso tutto materno, velato di tristezza e di speranza.
Non è bella, ma il pittore lascia che lo diventi agli occhi della fede.

La soave mestizia vela quasi di lacrime il leggero sorriso, sfiora appena quasi con sforzo del cuore, che compendia l'animo e il carattere cordiale del nostro schietto popolo monfalconese, di sincera bontà, alieno da confusioni (6)
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