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Secondo anno: verso la Comunione

La PARROCCHIA > Catechismo > Gli incontri con i genitori

L’avvenimento che segna la storia: l’Incarnazione.

La nascita del Cristo non costituisce per il credente soltanto un momento di commozione davanti al meraviglioso evento della nascita di un bambino, ma propone soprattutto una riflessione che viene ad avere particolare incidenza nel nostro modo di vivere la fede.
(Scheda ragazzi 1) Pensiamo anche solo brevemente a cosa significa il fatto che Dio rinuncia alle sue prerogative per essere uomo. Ne vengono indicazioni profonde: il valore della realtà dell'uomo e del mondo; la presenza di Dio che diventa storia umana; un Dio che non sta nascosto e che si trova in mezzo alla nostra realtà.
Non abbiamo come Dio un’immagine costruita dalla fantasia o dalla cultura dei filosofi; non abbiamo bisogno di tentare la scalata al cielo per incontrarlo: è nato, è vissuto nella storia, ha assicurato la sua presenza nella continuità della vita dell’umanità.
Abbiamo una fede che non ha bisogno di cultura né di magie superstiziose perché nasce e vive come rapporto e adesione ad una persona ed al suo messaggio. Scoprire la realtà di questa persona è il senso del percorso degli incontri con i ragazzi e le ragazze che si preparano alla Prima Comunione.
La figura di Gesù, comunque, non è un fatto che passa inosservato, né una realtà che può lasciare indifferenti: di fronte a Lui si fa una scelta. E’ questo il senso delle prime schede, dove si configurano immediatamente i due atteggiamenti con i quali le persone reagiscono alla notizia della sua nascita. Da una parte i pastori, dall’altra il re Erode. Sono immagini che stanno ad indicare due mentalità. I pastori
(Scheda ragazzi 2) rappresentano la gente semplice, povera, ospitale e disponibile: in altre parole persone capaci di accogliere la novità proposta da Dio. Erode (Scheda ragazzi 3) è il simbolo dell’uomo ricco, attaccato al suo potere e al suo tentativo di dominio sugli altri, preoccupato di ciò che potrebbe costringerlo a cambiare; un uomo che non è capace di accogliere la novità di Dio e quindi non la tollera, la vuole distruggere.
Abbiamo in sintesi le possibilità di scelta dell’umanità davanti al gesto imprevedibile di Dio che decide di essere messaggio vivente nella storia.


Le scelte di Gesù

Prima di poter essere segno di una vita nuova per gli altri, anche Gesù deve fare le sue scelte.
(Scheda ragazzi 4) Le troviamo in sintesi nel racconto delle tentazioni, che racchiude in breve l'impegno, il sacrificio, la lotta che lo stesso Gesù ha sostenuto per essere fedele al disegno del Padre sulla vita degli uomini. Possiamo individuare facilmente il nocciolo del problema: le sue possibilità, le sue capacità potevano offrirgli la strada del "successo", della potenza e del potere. Ce lo ricordano vari episodi in cui riceve la proposta di compiere un segno portentoso per convincere i capi del popolo ad essere con lui; lo rivediamo sulle rive del lago quando vanno a proporgli di guidare la rivoluzione armata contro i Romani. La sua scelta non sarà di questo tipo: le sue possibilità dovranno essere segno di amore e non di dominio; dovranno servire per realizzare il piano di Dio e non un disegno di potenza personale; dovranno dimostrare agli uomini che proprio nella libertà interiore da questo egoismo sta la capacità di capire se stessi come servizio verso gli altri, come un gesto di amore che continua.
Le sue scelte costituiscono il centro della proposta che Gesù farà agli uomini e di fronte alla quale si verifica la disponibilità di ognuno di fronte a Dio. Ritorna quindi la responsabilità della propria scelta, fatta in piena libertà come risposta ad un invito.
Dobbiamo però subito rilevare che l’invito non è ad un credere teorico
(Scheda ragazzi 5): Gesù non insegna una teoria, ma a quanti desiderano capire chiede di andare con lui, di vedere con animo disponibile.
Nasce qui un’indicazione estremamente importante per noi: il credere e il manifestare la propria fede non è una realtà fondata su teorie o dimostrabile a parole; è una vita fatta di scelte e di gesti concreti. Anche davanti a queste proposte l’uomo è libero, oggi come ieri, e c’è chi dirà di sì e chi dirà di no.


Il Discorso della Montagna

Scelte e gesti concreti sono specificati nel famoso ‘Discorso della Montagna’ (Scheda ragazzi 6), che conosciamo bene nella sua parte chiamala "le Beatitudini". Qui Gesù indica la sua strada per la realizzazione di una vita pienamente umana e secondo il volere del Padre. L’amore vissuto come rifiuto della violenza, della corruzione, del dominio del prossimo è l’atteggiamento del vero uomo. Nel discorso di Gesù, vi è di più: si richiede all'uomo di non limitarsi ad accettare le leggi per organizzare la propria vita, ma di scegliere più profondamente un atteggiamento di reale amore per l'altro. In questo senso tutto il discorso che segue le "Beatitudini" è un invito a valutare il proprio atteggiamento e la propria vita morale nelle vere intenzioni che sostengono il nostro agire.
In pratica: una vita legalmente a posto non è detto che lo sia anche in una valutazione cristiana, perché è possibile che non abbia trasgredito le leggi, e parliamo pure di leggi morali, ma è contemporaneamente possibile che io non abbia amato nella realtà il mio prossimo.
Il “vero uomo” nel discorso di Gesù è quello vive l’amore, anche superando la legge.


Il Regno dei Cieli è qui

Questo modo di vivere, che è il suo, viene proposto da Gesù come realizzazione del Regno dei Cieli o Regno di Dio (Scheda ragazzi 7). E' necessario che ci spieghiamo subito su questi termini.
Sentendo le parole “Regno dei Cieli” siamo portati ad immaginare una situazione dopo la morte. Siamo cioè portasti a trasferire questo concetto nell’Aldilà; un concetto che non è sbagliato, ma molto riduttivo perché Gesù parla di un Regno che incomincia subito nella sua persona e continua in quanti proseguono la sua missione. Il Regno dei Cieli è una realtà che comincia qui dove siamo se viviamo secondo l’insegnamento di Gesù. Tutto ciò Gesù non lo spiega con un discorso filosofico, ma, come sua abitudine, attraverso alcune parabole.
Una delle più note è quella del ‘buon seminatore’ che tutti ricordiamo. Rileggendola teniamo presente che tutto il discorso non è rivolto ad un regno dell’aldilà, ma ad un richiamo affinché chi ascolta verifichi il suo modo di mettersi di fronte al suo annuncio di vita oggi.
Quale tipo di terreno siamo quando ascoltiamo la sua proposta? Questa è la domanda che deve sorgere alla fine del racconto. Terreno refrattario? Terreno che accoglie, ma dopo non permette di maturare? Terreno pieno di altre preoccupazioni che soffocano questa parola? Terreno buono e disponibile a far maturare il seme in una vita che risponde positivamente?


Testimoniare il Bene

Nel campo seminato dal buon seminatore, però, qualcuno ha gettato anche il seme cattivo. Molto spesso vediamo che quelli che si ritengono il buon seme sono estremamente preoccupati di estirpare quello cattivo e fanno di tale obiettivo la preoccupazione della loro vita.
Il pensiero di Gesù a questo proposito è contenuto in un’altra parabola, con la quale vuol farci capire che il compito di giudicare la moralità dell’altro e di condannarlo non spetta a noi, ma ad un giudizio in cui noi stessi saremo coinvolti. E’ la parabola della ‘zizzania’
(Scheda ragazzi 8), dalla quale ricaveremo che il nostro primo compito è di testimoniare il bene e non quello di condannare chi riteniamo faccia il male. Al credente infatti spetta di non addormentarsi e quindi di essere attento affinché la sua vita sia un esempio di bene che trascina.


Riconciliazione

Tra le diverse parabole di Gesù, incontriamo quella che conosciamo come parabola del ‘figliol prodigo’, ma che sarebbe più adeguato ricordare come la parabola della riconciliazione e dell’amore del Padre. Infatti, benché Gesù la racconti proprio contro la mentalità dei farisei che si ritenevano giusti e quindi amati da Dio in contrapposizione con i peccatori che Dio non poteva certamente amare, questa parabola ci fa comprendere proprio l’amore del Padre sempre disponibile ad un ritorno del figlio.
In questa parabola
(Scheda ragazzi 9) va seguito attentamente l’atteggiamento di questo padre che prima di tutto lascia al figlio la libertà di scegliere, che attende poi con fiducia senza condannare e che accoglie con gioia senza chiedere nulla in cambio.
L’atteggiamento del figlio è simbolo di un cammino dell’uomo: crede di trovare la libertà e la felicità, si accorge di non trovarle, decide di ritornare con umiltà.
E’ il percorso del rapporto tra Dio e l’uomo: un amore ed una fedeltà senza richieste di contropartita ed una strada di ricerca, di riflessione e di umiltà.


Padre Nostro

Proseguendo nello stesso ordine degli argomenti trattati con i ragazzi e le ragazze, arriviamo al significato della preghiera. Anche qui più che le formule sono importanti gli atteggiamenti delle persone. Nel Vangelo di Matteo, infatti, leggiamo queste parole di Gesù: (Scheda ragazzi 10) «… e quando pregate non fate come gli ipocriti che si mettono a pregare nelle sinagoghe o negli angoli delle piazze per farsi vedere dalla gente …. . Tu invece quando vuoi pregare entra in camera tua e chiudi la porta. Poi, prega Dio presente anche in quel luogo nascosto …». Subito dopo Gesù aggiunge: «Non usate tante parole come fanno i pagani: essi pensano che a furia di parlare Dio finirà per ascoltarli: voi non fate come loro, perché Dio, vostro Padre, sa di che cosa avete bisogno prima ancora che voi glielo domandiate …» e continua insegnando il Padre Nostro.
Se riflettiamo solo un attimo su questa preghiera, che è l’unica insegnata da Gesù, troviamo che racchiude in sé i due aspetti fondamentali della vita morale secondo il messaggio cristiano.
Il primo, contenuto nella prima parte, riguarda il nostro atteggiamento nei confronti del Padre, al quale chiediamo che il suo piano si realizzi attraverso di noi. Si indica l'atteggiamento di disponibilità al messaggio del Padre sulla nostra vita.
Il secondo aspetto, espresso nella seconda parte, riguarda il nostro modo di realizzare questo stesso messaggio nell’amore verso il prossimo.
Potremmo dire che questa preghiera è un invito alla riflessione sulla storia che viviamo, alla luce dell’amore per il Padre e per le persone, più che una formula da recitare in modo meccanico, come molte volte ci capita di fare.
Educarci a riflettere sulla nostra vita davanti a Dio è educarci alla preghiera: non si tratta di conoscere tante formule di preghiera, che pur possono essere di aiuto, quanto invece di saper vivere in ogni momento con questo atteggiamento interiore di disponibilità al progetto di Dio.


La Legge e l’Amore

La vita e gli insegnamenti di Gesù devono, a questo punto, fare i conti con i rappresentanti della sua stessa religione (Scheda ragazzi 11): i farisei, i sadducei, gli scribi che detengono il potere religioso nel popolo di Israele.
Il centro della grande e drammatica disputa è proprio sull’importanza che hanno le leggi religiose. Da una parte la religione ufficiale che si regge in modo ferreo sulle leggi e sulle tradizioni e dall’altra Gesù che, pur non disprezzando le tradizioni e le leggi, le supera e talvolta le trasgredisce in nome dell’amore per le persone.
Leggi e tradizioni, infatti, possono diventare un ostacolo al vivere del credente quando vengono rivestite di un’importanza superiore alla Parola di Dio e alla stessa dignità della persona. Per Gesù le persone contano di più e non divide gli uomini in base alla capacità di eseguire o no la lettera delle leggi del suo popolo; accoglie tutti e particolarmente quelli che hanno sbagliato proponendo il suo messaggio e la conversione, il cambiamento dei valori della vita.

Mentre i farisei disprezzano e condannano, ritenendosi giusti, Gesù accoglie, perdona e chiede di amare. Numerose sono nei Vangeli le occasioni di scontro tra Gesù ed i rappresentanti ufficiali della religione ebraica. Per gli incontri con i ragazzi e le ragazze proporremo un episodio facilmente comprensibile: una guarigione in giorno di sabato, giorno in cui non si poteva operare nemmeno un gesto del genere proprio in base all’osservanza della legge religiosa del riposo per onorare Dio.

I segni

Nella situazione che abbiamo descritto è chiaro che Gesù non avrà gli amici tra i potenti, ma tra coloro che attendono una liberazione proprio dalle leggi opprimenti che i potenti usavano per mantenere il loro dominio sulle coscienze. I suoi amici infatti sono i poveri, gli ammalati, coloro che la legge giudica peccatori pubblici. Non chiude la porta a nessuno, ma la sua amicizia è rivolta verso gli ultimi e verso chi accetta di mettersi in discussione.
A tutti, ma in particolare a questi, Gesù si rivolge anche compiendo quegli eventi straordinari che noi abbiamo chiamato miracoli
(Scheda ragazzi 12)
Soffermiamoci brevemente su questa parola. Nei testi evangelici originari il termine che indica questi avvenimenti è “segno”. Infatti, Gesù non compirà mai alcun gesto fuori dal comune se non per annunciare attraverso di esso che la liberazione e quindi il regno di Dio è presente nel mondo.
Alcune volte proprio i capi del popolo gli chiederanno di fare un gesto meraviglioso per farsi credere da loro, ma Gesù si rifiuterà perché non erano disponibili a capire il suo messaggio e le loro mire erano diverse dal senso di quanto Lui proponeva. I miracoli non servivano per attirare gente, ma per indicare una strada di liberazione e solo chi si metteva in questa disponibilità capiva questi
segni.
Davanti a gesti straordinari, infatti, l’imbarazzo dei capi del popolo non puntava a negare il fatto al quale avevano assistito, ma, non comprendendolo, si preoccupavano della pericolosità di questo Maestro, che avrebbe potuto, secondo loro, attirare in questo modo l’attenzione su di sé a tutto loro svantaggio.
Sarà proprio dopo uno dei segni più forti, la risurrezione di Lazzaro, che decideranno in modo definitivo che era necessario eliminare dalla scena lo scomodo Maestro di Nazareth.


Il dono ai suoi discepoli

Avvicinandoci alla fine dell’esperienza umana di Gesù, incontriamo il momento dell’ultima cena, che è tema fondamentale del corso proprio per la comprensione dell’Eucarestia. Vi poniamo anche noi adulti una particolare attenzione.
Cerchiamo di conoscere il contesto in cui questo avvenimento si pone
(Scheda ragazzi 13) Gesù è arrivato a Gerusalemme in occasione delle feste della Pasqua ebraica, feste che segnavano un momento importantissimo della vita del popolo di Israele. In quei giorni, infatti, come ogni anno, il popolo celebrava la memoria della liberazione dalla schiavitù egiziana.
E’ bene ricordare che celebrare la memoria non significava soltanto ricordarsi che un tempo Dio li aveva costituiti come popolo libero attraverso l’azione di Mosè, ma significava soprattutto credere che nel momento in cui si celebra si rivive anche la stessa esperienza di libertà. Questo modo di celebrare la Pasqua creava in Gerusalemme una forte tensione che era contemporaneamente di significato religioso e politico perché si viveva sotto la dominazione dell’Impero romano.
Per questo, i romani concentravano il grosso dell’esercito di occupazione proprio a Gerusalemme e innumerevoli erano i tentativi di rivolta armata messi in atto dagli ebrei nelle giornate delle feste di Pasqua.
Celebrare la
memoria era anche un voler rivivere oggi gli stessi significati di quanto si ricordava. Questo è importante proprio perché Gesù userà la stessa parola 'memoria' per dire ai suoi amici di ripetere il gesto della cena che aveva celebrato nella sera in cui tutto il conflitto con i capi del popolo stava precipitando verso una tragica conclusione sulla croce.
Veniamo allora a quella cena e ai suoi significati.
Gesù fa preparare, come tutti gli ebrei, la cena della celebrazione pasquale. Prima di iniziare, il Maestro compie un gesto che è riassuntivo del suo modo di vivere: si mette al posto del servo lavando i piedi agli apostoli. Pietro stesso non capisce l’importanza di quel gesto e Gesù deve richiamarlo alla comprensione del significato della vita come servizio di amore verso il prossimo: questo era stato il suo modo di vivere e questo doveva rimanere ben chiaro nei suoi discepoli.
Il suo Regno non è un dominio o un potere, ma una comunità che capisce il servizio, la donazione, la solidarietà, l‘amore disinteressato per le persone.
Durante la cena che segue questo gesto, Gesù, che intuisce ormai la sua difficile situazione davanti al potere, decide di lasciare ai discepoli un gesto di memoria della sua stessa persona. Allora prenderà il pane e il vino e li offrirà loro come suo corpo e suo sangue: una sintesi del dono di tutta la sua vita che il giorno dopo diventerà tragica realtà sulla croce.
Da quella sera, i discepoli potranno celebrare nella cena non una ricorrenza o un ricordo emotivo, ma un reale incontro con la persona viva di Gesù. Una memoria che diventa impegnativa così come lo era stato l’incontro con lui durante la sua vita per le strade della Palestina.
A questo punto occorre riscoprire il significato della parola ‘comunione’ perché nel nostro linguaggio pare ridursi a definire il gesto di ricevere il pane consacrato.
“Entrare in comunione” con Gesù significa molto di più: vuol dire aver deciso di partecipare alla sua vita e alla sua missione; essere uniti a lui non solo in un significato intimistico, ma nella concretezza dell’esperienza umana che quotidianamente conduciamo. Il suo stile di vita diventa il nostro, questo significa ‘comunione’. E il suo stile di vita, il suo messaggio, fonda una nuova unità tra le persone: unità che vuol dire conoscenza, coinvolgimento, condivisione, partecipazione alla vita. Essere in comunione con Gesù vuol dire contemporaneamente essere in comunione con gli altri credenti, qui o dovunque essi celebrino la sua memoria.
Per questo L’Eucarestia è un gesto della comunità credente che deve essere oggi segno concreto della presenza del Cristo nell’annunciare nella storia il suo messaggio.
In questa comunità che celebra la sua memoria egli sarà presente per continuare il suo annuncio al mondo. E’ chiaro che la celebrazione dell’Eucarestia è un punto cardine della vita di una comunità di credenti in Cristo che celebrano la loro solidarietà, la loro partecipazione, il loro concreto amore reciproco e per tutti in unità con il Salvatore.
Quanto tutto questo sia vero per ognuno di noi e per tutti quelli che si dicono credenti, lasciamo alla coscienza di ognuno il compito di verificarlo.


Croce e Risurrezione

Dopo la cena, Gesù e i suoi discepoli lasciano Gerusalemme per un posto più sicuro: un giardino fuori città. Qui Gesù sentirà tutto il peso delle sue decisioni davanti alla prospettiva dello scontro decisivo con il potere del sinedrio. Sarà anche qui uomo fino in fondo, capace di paura e di pianto quando si rende conto che l’odio verso di lui sta per diventare una morte dolorosa e infamante (Scheda ragazzi 14)
In questa occasione e con questo stato d’animo dovrà scegliere ancora una volta: cambiare rotta per evitare queste sofferenze o accettarle andando fino in fondo nel seguire la coscienza di essere stato mandato dal Padre per realizzare il Suo disegno.
Sudando sangue per la paura, deciderà per la coerenza e non si sottrarrà a coloro che già lo cercano per chiudergli definitivamente la bocca.
Subirà due processi. Da uno ne uscirà con una condanna a morte come bestemmiatore e dall’altro con la definitiva condanna alla croce come ribelle.
La morte di Gesù colpisce certo nell’emotività, ma va capita oltre l’emozione. Non servirebbe infatti mettersi a piangere sulla morte di un innocente se non capissimo come questa morte è derivata da alcuni precisi fatti che sono i nostri peccati. Quali? Gli stessi della società ebraica e di quella romana che lo hanno condannato: il potere fine a se stesso, l’arroganza, il fatto di usare la legge di Dio per i propri interessi, l’ipocrisia, la non disponibilità al cambiamento della vita.
Emozionarsi davanti a Gesù, senza cambiare, non significa credere; occorre
convertirsi ogni giorno, cercare cioè di cambiare noi stessi avvicinandoci all'ideale proposto dal suo messaggio.
La morte in croce non è la fine di Gesù, è il momento in cui vive l’ultima grande paura dell’umanità per vincerla definitivamente e liberare l’uomo anche da questa paura. E’ risorto e la morte è stata sconfitta da Lui per tutta l’umanità: il nostro orizzonte di vita è dunque aperto, non ha una conclusione, ma solo un cambiamento nel modo di continuare a essere.
Quando la comunità si riunisce per la messa, incontra questo Gesù, il Cristo che continua a vivere e a essere presente nel mondo, persona che ci unisce tra di noi e con Dio Padre. «Non abbiate paura – ha detto – io sarò ancora in mezzo a voi».



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