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Liturgia della Domenica 2010 > Avvento
13 dicembre 2009
DOMENICA 3ª di AVVENTO/C
Luca - Predicazione del Battista (3, 10-18)
… “In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato»). Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene Colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esorta-zioni Giovanni evangelizzava il popolo.
«Esulterà, si rallegrerà, griderà di gioia per te, come nei giorni di festa». Nelle parole del profeta, Dio danza di gioia per l’uomo. Sofonìa racconta un Dio felice il cui grido di festa attraversa questo tempo d’avvento e ogni tempo dell’uomo e ripete ad ogni creatura: «tu mi fai felice». Dio seduce proprio perché parla il linguaggio della gioia, perché «il problema della vita coincide con quello della felicità» (Nietzsche). Mai nella Bibbia Dio aveva gridato. Aveva parlato, sussurrato, tuonato, aveva la voce dei sogni; solo qui, solo per amore Dio grida, non per minacciare, ma solo per amare.
Mentre il profeta intuisce la danza dei cieli e intona il canto dell’amore felice, il Battista risponde alla domanda più feriale, che sa di mani e di fatica e incide nei giorni: «che cosa dobbiamo fare?». E l’uomo che non possiede nemmeno una veste degna di questo nome, risponde: «chi ha due vestiti ne dia uno a chi non ce l’ha».
Colui che si nutre del nulla che offre il deserto, cavallette e miele selvatico, risponde: «chi ha da mangiare ne dia a chi non ne ha». Nell’ingranaggio del mondo Giovanni getta un verbo forte, «dare». Il primo verbo di un futuro nuovo. In tutto il Vangelo il verbo amare si traduce con il verbo dare (non c’è amore più grande che dare la vita; chiunque avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca; c’è più gioia nel dare che nel ricevere...). È legge della vita: per stare bene l’uomo deve dare.
«E noi che cosa faremo?». «Non prendete, non estorcete nulla, non accumulate». Tre risposte per un programma unico: tessere il mondo della fraternità, costruire una terra da cui salga giustizia. Il profeta sa che Dio si trasmette attraverso un atteggiamento di rispetto e di venerazione verso tutti gli uomini, e si trasmette come energia liberatrice dalle ombre della paura che invecchiano il cuore. L’amore rinnova (Sofonìa), la paura invecchia il cuore.
«E io, che cosa devo fare?». Non di grandi profeti abbiamo bisogno, ma di tanti piccoli profeti, che là dove sono chiamati a vivere, anche non visti, giorno per giorno, siano generosi di giustizia, di pace, di onestà, che sappiano dialogare con l’essenza dell’uomo, portando se non la Parola di Dio almeno il suo respiro alto dentro le cose di ogni giorno.
Allora, cominciando da noi, si tesse il tessuto buono del mondo.
Tratto da un articolo di Ermes Ronchi
Per celebrare meglio …. Tratto da un articolo di Silvano Sirboni
.. 5. Incontrarsi e riconoscersi peccatori
(prosegue il cammino di riflessione per una nostra partecipazione più attiva)
Se tutto procede come previsto dalle norme che regolano la celebrazione “tipica” della messa domenicale e festiva con il popolo, dopo eventuali prove di canto, una monizione introduttiva di carattere generale, la processione d’ingresso, il presidente accompagnato dai ministri e dai ministranti raggiunge il presbiterio e dalla sede (e non dall’altare) si rivolge ai fedeli riuniti. L’assemblea, dopo tutto ciò che precede, come è stato elencato appena più sopra, dovrebbe avere già assunto il corretto atteggiamento interiore ed esteriore per compiere con le dovute disposizioni e accogliere con frutto i gesti rituali previsti per l’inizio di ogni celebrazione eucaristica: il saluto presidenziale, l’atto penitenziale, il Kyrie eleison, l’inno di lode, cioè il Gloria, se previsto e l’orazione colletta. «Scopo di questi riti è che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità, e si dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio e a celebrare degnamente l’Eucaristia» (OGMR 46). Questi riti iniziali non sono come i “provini” e le pubblicità che nelle sale cinematografiche riempiono lo spazio in attesa che inizi il film ed entrino gli ultimi spettatori. Senza dubbio si tratta di «riti che iniziano» (OGMR 28), cioè di “preliminari” che, come in tutti i rapporti umani, sono tutt’altro che superflui per instaurare un autentico incontro con l’altro.
Gesti che rischiano però l’insignificanza se posti nel contesto di un’assemblea non ancora formata e disturbata dai ritardatari (in genere incalliti!). Con pazienza, senza interventi violenti e diretti, ma con qualche amorevole e motivata spiegazione all’interno di qualche omelia o durante il breve intervento prima della benedizione e il congedo, è certamente possibile far maturare, almeno nella maggior parte dei fedeli interessati, la consapevolezza dell’importanza di questi riti significativi, che fanno parte della messa e senza i quali l’Eucaristia è in qualche modo menomata. «Giunti in presbiterio, il sacerdote, il diacono e i ministri salutano l’altare con un profondo inchino.
Quindi, in segno di venerazione, il sacerdote e il diacono lo baciano e il sacerdote, secondo l’opportunità, incensa la croce e l’altare» (OGMR 49). Oggi la situazione “normale”, avendo recuperato V antica tradizione, non prevede più il tabernacolo sull’altare e neppure presso di esso. Pertanto, di norma, non è prevista la genuflessione, ma il semplice inchino da parte di tutti, ministri e ministranti; il bacio è riservato al sacerdote e al diacono. Un gesto che, se compiuto con la dovuta ampiezza e dignità e con la consapevolezza che, come tutti i gesti ministeriali, è posto a nome di tutta l’assemblea, infonde un profondo senso di rispetto verso quel luogo che costituisce il cuore di tutto lo spazio liturgico e comunica la sensazione che ha inizio un’importante azione di culto. ... (continua)
Signore,
che per bocca del precursore Giovanni Battista
hai promesso che «ogni uomo
vedrà la salvezza di Dio»,
fa' che anche noi possiamo aprire i nostri occhi
e accoglierti nella nostra vita.
Non permettere che l'incontro con te
ci trovi impreparati a riconoscerti
e ad accoglierti come Salvatore.
Ti chiediamo solo di aiutarci a colmare
i burroni dei nostri peccati,
ad abbattere i monti del nostro orgoglio,
a spianare i luoghi impervi della nostra diffidenza
e a raddrizzare i passi tortuosi
del nostro egoismo.
(Nicola Gori)