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Liturgia della Domenica 2010 > Tempo Ordinario
22 novembre 2009
DOMENICA 34ª
SOLENNITÀ CRISTO RE DELL’UNIVERSO/ B
Giovanni - Gesù davanti a Pilato (18, 33-37)
...“In quel tempo, Disse Pilato a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato rispose: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».”
Pilato e Gesù uno di fronte all'altro. Pilato è l'uomo del potere e della paura insieme, per paura consegnerà Gesù alla morte, contro il suo stesso parere. Gesù invece è l'uomo della libertà. Lo leggiamo nelle sue risposte così franche e nitide. Allora chi è più uomo?
Due volte Pilato domanda: Tu sei re? Gesù risponde che il suo Regno non è di quaggiù, e lo mostra attraverso due caratteristiche che si oppongono a violenza e inganno, la duplice logica di ogni potere, i due nomi del Nemico dell'uomo.
I regni di quaggiù si combattono, il potere ha l'anima della guerra, si nutre di violenza. Gesù non ha mai arruolato eserciti, non è mai entrato nei palazzi dei potenti, se non da prigioniero. Metti via la spada, ha detto a Pietro, altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento, del più crudele. Per i regni di quaggiù l'essenziale è vincere, ma Lui dice: nel mio Regno l'essenziale è dare. Non c'è amore più grande che dare la vita per quelli che si amano. Il dono e non la rapina sono il perno della storia.
La seconda caratteristica è la verità: sono venuto per rendere testimonianza alla verità. Prima di tutto alla verità di Dio: il volto vero di Dio è un crocifisso amore, disarmato amore, risorgente amore. E poi la verità dell'uomo: il volto vero dell'uomo è fatto di libertà e di fraternità, luminoso, veggente, amante. Come aveva proclamato, a Nazaret: Sono venuto ad annunciare la libertà ai prigionieri, la luce ai ciechi, ai poveri che sono loro i principi, ai costruttori di pace che sono loro i signori della terra.
Cristo è re perché la sua figura è generativa di umanità; perché innesta bisogni inediti, crea una tensione a fiorire, un avanzamento dell'umano, una intensificazione della vita.
Ogni credente ha ricevuto nel battesimo lo stesso potere. Ad ognuno il sacerdote ha detto: Tu sei re, ti è affidata una porzione di mondo, la devi reggere con saggezza e con giustizia. Alle tue mani è consegnata una porzione di storia perché tu la faccia fiorire di libertà e di tenerezza.
Re secondo Cristo è chi disarma il proprio cuore, chi smaschera gli inganni, le menzogne e gli idoli del nostro vivere. È re chi giudica l'arroganza, chi è libero nella verità, chi si prende cura d'altri. È re chi sa amare, perché l'amore possiede l'eternità.
Venga il tuo Regno, Signore, e sia bello come i sogni, sia intenso come le lacrime di chi visse e morì nella notte per costruirlo.
Tratto da un articolo di Ermes Ronchi
Per celebrare meglio …. Tratto da un articolo di Silvano Sirboni
.. 4. Chi lo canta?
(prosegue il cammino di riflessione per una nostra partecipazione più attiva)
«Il canto (d’ingresso) viene eseguito alternativamente dalla schola e dal popolo, o dal cantore e dal popolo, oppure tutto quanto dal popolo o dalla sola schola» (OGMR 48). La precedenza di queste diverse opzioni non è certo casuale. Essa intende conservare, per quanto possibile, la struttura dell’antico introito gregoriano.
In ogni caso, affidare il canto d’ingresso esclusivamente ad un gruppo specializzato di cantori è proprio l’ultima soluzione; la norma preferisce la partecipazione del popolo. Affinché questo canto raggiunga il suo scopo (=favorire l’unione dei fedeli riuniti) è più che opportuno che esso sia introdotto da una monizione da parte del commentatore o animatore (cfr. OGMR 105 b).
Si tratta di un intervento di grande utilità, purché fatto nei giusti modi e con le giuste parole, possibilmente preparato prima, perché non si riduca ad una semplice informazione o spiegazione, ma costituisca un’autentica “introduzione” al mistero celebrato. Si tratta infatti di aiutare ciascun membro dell’assemblea ad uscire dai propri pensieri, ad aprire il proprio cuore all’evento sacramentale e a sentirsi veramente parte di una comunione che lo spinga ad unire la sua voce a quella di quanti gli sono accanto.
Se non ha luogo il canto, la norma prevede che l’antifona proposta dal Messale Romano venga letta o dai fedeli o da alcuni di essi, o dal lettore, o altrimenti dallo stesso sacerdote. Dal punto di vista dell’arte celebrativa tutte queste proposte non sembrano soddisfare allo scopo del canto d’ingresso. Anzi, questo modo di fare non sembra affatto favorire la preghiera. Pare invece la semplice e materiale esecuzione di una norma incomprensibile. Questo disagio è stato talmente percepito che nella terza edizione del Messale Romano si precisa che tale antifona può essere adattata e trasformata in una monizione iniziale (cfr. OGMR 48). Pertanto, se si ritiene opportuno e utile recuperare in qualche modo l’antifona d’ingresso, quest’ultima soluzione è certamente la migliore. (continua)
A Te, Signore Gesù, domandiamo: «Tu sei Re?».
Lo chiediamo con il sincero desiderio di riconoscere la Tua regalità.
Ma la risposta ci stupisce: «Il mio regno non è di questo mondo».
Ci attendiamo questa potenza e grandezza,
ma Tu ci proponi la forza della Croce,
del perdono, della giustizia e della solidarietà.
A questa Tua maestà vogliamo inchinarci,
per collaborare, nel servizio umile ai fratelli,
a realizzare il Tuo regno di amore e di libertà.
Madì Drello
Don Mariano Grosso, osb