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Liturgia della Domenica 2010 > Tempo Ordinario
17 GENNAIO 2010
I° Domenica T.O./C
S. ANTONIO ABATE
Giovanni - Le nozze di Cana . (2, 1-11)
… “In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le anfore»; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto –il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua– chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli cedettero in Lui.” …
Con tutte le situazioni tragiche, le morti e le croci d’Israele, Gesù dà inizio alla sua missione quasi giocando con dell’acqua e con del vino.
Schiavi e lebbrosi gridavano la loro disperazione e Gesù comincia non da loro, ma da una festa di nozze. Deve esserci sotto qualcosa di molto importante: è il volto nuovo di Dio, un Dio che viene come festa.
A lungo abbiamo pensato che Dio non amasse troppo le feste degli uomini. Il cristianesimo ha subìto come un battesimo di tristezza. Dice un filosofo: «I cristiani hanno dato il nome di Dio a cose che li costringono a soffrire!».
Nel dolore Dio ci accompagna, ma non porta dolore. Lui benedice la vita, gode della gioia degli uomini, la approva, la apprezza, se ne prende cura. Scrive Bonhoeffer: dobbiamo amare e trovare Dio precisamente nella nostra vita e nel bene che ci dà. Trovarlo e ringraziarlo nella nostra felicità terrena.
Una festa di nozze: le nozze sono il luogo dove l’amore celebra la sua festa.
Ed è lì che Gesù pone il primo dei segni: il primo segnale da seguire nelle strade della vita è l’amore, forza capace di riempire di miracoli la terra.
«E viene a mancare il vino».
Il vino, in tutta la Bibbia, è simbolo di gioia e di amore, ma minacciati; la vita si trascina stancamente, occorre qualcosa di nuovo: Gesù stesso, volto d’amore di Dio.
Il vino che viene a mancare è esperienza quotidiana: viene a mancare quel non-so-che che dà qualità alla vita, un non-so-che di energia, di passione, di entusiasmo, di salute che dia sapore e calore alle cose.
Come uscirne? A due condizioni. «Qualunque cosa vi dica, fatela».
Fate il suo Vangelo; rendetelo gesto e corpo; tutto il Vangelo, il consiglio amabile, il comando esigente, la consolazione, il rischio.
E si riempiranno le anfore vuote della vita. «Riempite d'acqua le anfore».
Solo acqua posso portare davanti al Signore, nient’altro che acqua.
Eppure la vuole tutta, fino all’orlo. E quando le sei anfore della mia umanità, dura come la pietra e povera come l’acqua, saranno offerte a Lui, colme di ciò che è umano e mio, sarà Lui a trasformare questa povera acqua nel migliore dei vini, immeritato e senza misura.
A Cana, gli sposi non hanno meriti o diritti da vantare. La loro povertà non è un ostacolo, ma una opportunità per il Signore, un titolo per il suo intervento. Dio viene anche per me che non ho meriti; viene come festa e come gioia, come vino buono, e conta non i miei meriti ma il mio bisogno.
da un articolo di P. Ermes Ronchi
Prima Lettura (Is 62,1-5).
Isaia predica la confidenza in Dio ai suoi compatrioti, nonostante tutte le apparenze negative. Dio ha cura d’Israele come di una sposa, dandole un cuore capace di amore nella fedeltà.
Seconda lettura (Corinzi 12,4-11 ).
Dio non dona la grazia allo stesso modo: ma ognuno deve mettere al servizio di Dio e del fratelli i doni che ha ricevuto.
.. 5. L’atto penitenziale
(prosegue il cammino di riflessione per una nostra partecipazione più attiva)
Come è noto, nel vecchio Messale di Pio V l’atto penitenziale, espresso con il Confiteor, era riservato al sacerdote che lo recitava in dialogo con i ministri che eventualmente stavano al suo fianco. Se originariamente il Kyrie eleison poteva avere anche una qualche dimensione penitenziale, ormai da secoli questa non era più percepita come tale, in particolare dal popolo che di fatto non prendeva parte a queste invocazioni. La riforma liturgica del Vaticano II, a partire dall’antica testimonianza della Didaché (I sec.) ha voluto ripristinare un momento penitenziale comunitario all’inizio della messa: «Nel giorno del Signore, riunendovi, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri peccati perché sia pura la vostra offerta» (c. 14).
Dopo un’accurata analisi storica e teologica il gruppo incaricato per la riforma dell’ordo missae ha strutturato l’atto penitenziale con tre possibili modalità: affidando a tutto il popolo la recita del Confesso a Dio insieme al sacerdote; proponendo alcune invocazioni penitenziali desunte dalla Scrittura; utilizzando il Kyrie eleison con alcuni tropi (= aggiunte, inserimenti) di carattere cristologico. Purtroppo, se non si seguono i modelli proposti dal Messale, succede che qualcuno, anche autore di sussidi, crei dei tropi di carattere trinitario. Il che non è affatto corretto, tanto più se si pensa che la forma ternaria del Kyrie/Christe non è tassativa e non è escluso un numero maggiore di invocazioni penitenziali, se opportuno (cfr. OGMR 52). Inoltre, contrariamente a quanto viene talvolta fatto, i tropi non intendono affatto essere una specie di esame di di coscienza, ma semplici acclamazioni a quella misericordia di Dio che si è manifestata in Cristo. Certe lagne che descrivono in termini assai moralistici le nostre mancanze sono del tutto fuori luogo. L’atto penitenziale,ovviamente, non sostituisce il sacramento della penitenza previsto per i peccati gravi, ma se compiuto con sincero atteggiamento di pentimento e di conversione è un rito sacramentale che purifica il cuore dai peccati leggeri e permette di accostarsi degnamente e con frutto alla mensa eucaristica (cfr. Rito della Penitenza, n. 4). (continua)
O Gesù,
datore di ogni dono, vieni in nostro soccorso,
poiché solo Tu puoi concederci
ciò che ci occorre in ogni nostra necessità
e ciò che allieta il nostro cuore;
aiutaci a mettere in pratica
tutto quello che ci hai detto nel Vangelo
e, sempre spinti dall’esempio
della Tua e nostra madre Maria,
fa’ che siamo sempre disponibili
a soccorrere i fratelli
nelle loro necessità materiali e spirituali.
D.M. Grosso osb