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Liturgia della Domenica 2010 > Quaresima
14 FEBBRAIO 2010
I° QUARESIMA/C
Luca - Le tentazioni (4,1-13)
… “In quel tempo, Gesù pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: -Non di solo pane vivrà l'uomo-». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: -Il Signore, Dio tuo, adorerai: a Lui solo renderai culto-». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: -Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano-; e anche: -Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra-». Gesù gli rispose: «È stato detto: -Non metterai alla prova il Signore Dio tuo-». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.”
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Le tre tentazioni di Gesù nel deserto, sono le tentazioni dell'uomo di sempre. «Le grandi tentazioni non sono quelle di cui è preoccupato un certo cristianesimo moralistico, non sono quelle, ad esempio, che riguardano il comportamento sessuale, ma quelle che vanno a demolire la fede» (O. Clément). C'è un crescendo nelle tre prove: vanno da me, agli altri, a Dio. La prima tentazione: pietre o pane? Una piccola alternativa che Gesù apre, spalanca. Né di pietre né di solo pane vive l'uomo. Siamo fatti per cose più grandi; il pane è buono, è nel Padre Nostro, è indispensabile, ma più importanti ancora sono altre cose: le creature, gli affetti, le relazioni. È l'invito a non accontentarsi, a non ridurre i nostri sogni a denaro. Non di solo pane vive l'uomo! Il pane è buono, il pane dà vita, ma più vita viene dalla Parola di Dio. Poi il tentatore alza la posta. Da me agli altri: io so come conquistare il potere! Tu ascoltami e ti darò il potere su tutto... È come se il diavolo dicesse a Gesù: Vuoi cambiare il mondo? Allora usa il potere, la forza, occupa i posti chiave. Vuoi salvare il mondo con niente, con l'amore, addirittura con la croce? Sei un illuso! Cosa se ne fa il mondo di un crocifisso in più? Vuoi avere gli uomini dalla tua parte? Assicuragli pane, autorità, spettacolo, allora ti seguiranno!
Ma Gesù vuole liberare, non impossessarsi dell'uomo, lui sa che il potere non ha mai liberato nessuno. Il male del mondo non sarà vinto da altro male, ma per una insurrezione dei cuori buoni e giusti.
Il diavolo chiede ubbidienza e offre potere. Fa un commercio, un mercato con l'uomo. Esattamente il contrario di come agisce Dio, che non fa mercato dei suoi doni, ma offre per primo, dà in perdita, senza niente in cambio...
L'ultimo gradino è una sfida aperta a Dio, demolisce la fede facendone l'imitazione: «Chiedi a Dio un miracolo».
E ciò che sembra essere il massimo della fede, ne è invece la caricatura: non fiducia in Dio ma ricerca del proprio vantaggio, non amore di Dio ma amore di sé, fino alla sfida. Bùttati verranno gli angeli. Gesù risponde «no»: «Io so che Dio è presente, ma a modo suo, non a modo mio. Dio è già in me forza della mia forza».
E gli angeli mi sono attorno con occhi di luce. Dio è presente, è vicino, intreccia il suo respiro con il mio. Forse non risponde a tutto ciò che io chiedo, eppure avrò tutto ciò che mi serve. Interviene, ma non con un volo di angeli, bensì con tanta forza quanta ne basta al primo passo. da un articolo di P. Ermes Ronchi
Prima Lettura (Deuteronomio 26,4-10 ).
Il popolo d’Israele nel rito di offerta delle primizie evoca la sua storia scandita dalle opere e dai doni di Dio: la vocazione dei patriarchi, il dono della libertà dopo l’amara esperienza dell’Egitto, il dono della terra.
Seconda lettura (San Paolo Rm 10,8-13 ).
Grazie alla fede in Gesù Cristo, riconosciuto come Signore, la salvezza, dono di Dio, raggiunge tutti gli uomini senza distinzione tra Ebrei e pagani.
Dice il Signore:
“Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva.”(EZ 33,11)
Per celebrare meglio …. Tratto da un articolo di Silvano Sirboni
.. Un inno di lode assembleare
(prosegue il cammino di riflessione per una nostra partecipazione più attiva)
Il sacerdote è un autentico presidente soltanto nella misura in cui è egli stesso un autentico celebrante, cioè in piena sintonia con l’assemblea. Ciò che sembra ovvio in teoria non lo è sempre nella pratica. Infatti non è poi così raro vedere che colui che presiede non prenda parte al canto dell’assemblea. Per non parlare dei momenti di silenzio rituale che servono anche per istruzioni o cercare la giusta pagina del Messale. Dopo il saluto liturgico e l'atto penitenziale, quando è previsto, si canta il Gloria. «Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello. Il testo di questo inno non può essere sostituito con un altro. Viene iniziato dal sacerdote o, secondo l'opportunità, dal cantore o dalla schola, ma viene cantato o da tutti simultaneamente o dal popolo alternativamente con la schola, oppure dalla stessa schola.
Se non lo si canta, viene recitato da tutti, o insieme o da due cori che si alternano» (OGMR 53)Il Gloria è quindi un inno di lode che, per raggiungere la sua finalità, dovrebbe, di norma, essere cantato da tutti.
Ogni altra soluzione è sempre un ripiego fino alla soluzione minimale della recitazione comune che, purtroppo, è la forma più usuale che mortifica la sua funzione originaria.
Resta comunque l’ostacolo della sua struttura letteraria che oggi difficilmente si può concordare con gli odierni canoni musicali dell’inno che esigono strofe con le stesse sillabe e gli stessi accenti.
Pur essendovi qualche lodevole tentativo di musicare questo antico testo, si preferisce per lo più far intervenire l’assemblea con un semplice ritornello che riprenda la frase iniziale. Un ripiego per salvare la sua natura musicale, anche se non rispetta la sua natura di inno assembleare. Il problema di fondo resta.
Dopo il canto dell’inno di lode, o subito dopo l’atto penitenziale quando il Gloria non è previsto, colui che presiede pronuncia l'orazione "colletta” con la quale si concludono i riti di introduzione alla messa. Il nome deriva dal verbo latino collìgere (=raccogliere).
Non si tratta semplicemente di raccogliere i sentimenti di preghiera dei presenti a nome di tutta la Chiesa, ma a questo punto si raccoglie in qualche modo anche il frutto di tutti i riti che si sono svolti dall'inizio. In altre parole, questo momento di preghiera diventa tanto più autentico e partecipato quanto più gli elementi rituali precedenti sono stati posti e vissuti correttamente.
È il momento culminante di un itinerario abbastanza breve, ma intenso che dovrebbe condurre i fedeli ad un profondo raccoglimento interiore ed esteriore.
Solo così l'invito presidenziale “Preghiamo” non cade nel vuoto. «Il sacerdote invita il popolo a pregare e tutti insieme con lui stanno per qualche momento in silenzio per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e poter formulare nel cuore le proprie intenzioni di preghiera» (OGMR 54)
Lo spazio di silenzio che precede l'orazione presidenziale non deve essere sottovalutato; a cominciare dal presidente, che si pone anche come modello delle concrete modalità di preghiera, deve essere vissuto con verità e con profonda partecipazione interiore ed esteriore.
E così tutti i fedeli che già da tempo dovrebbero essere in chiesa ed aver percorso correttamente e totalmente tutto l'itinerario rituale.
In breve, se vogliamo rispettare la dignità del culto cristiano dovremmo imparare a fare veramente ciò che si dice.(Continua)